OSCAR PER IL MIGLIOR FILM AD “ANORA”

OSCAR PER IL MIGLIOR FILM AD “ANORA”

Quale miglior momento della settimana degli Oscar per celebrare uno dei film più belli dell’ultimo decennio, premiato oltre che alla cerimonia degli OSCAR 2025 COME MIGLIOR FILM anche con la palma d’oro a CANNES 2024?

Già vi anticipo che un po’ più sotto potrete leggere la recensione scritta da Giulia Vallan subito dopo l’incoronazione sulla Croisette.

Tra le migliaia di giornalisti che hanno speso le proprie ben retribuite parole per lodare, criticare e anche stroncare il film di Baker, scelgo Giulia perché è stata la prima che ho incontrato ad aver centrato l’anima del film ed essere riuscita a raccontarlo.

Prima di lasciarvi alla lettura però, voglio scrivere qualcosa di mio cominciando col fornirvi l’informazione, per quei pochi che ancora non hanno visto il film, che Anora, la protagonista della storia, è una prostituta. O meglio una ballerina spogliarellista di quelle che poi ballano in privato per clienti che pagano a parte e che ogni tanto per arrotondare si concedono anche fuori dal locale, offrendo a quelli che se lo possono permettere, performance sessuali.

La trama è semplicissima, Anora balla e si spoglia in un locale di NYC e spesso le vengono affidati clienti russi perché causa le sue origini la ragazza spiaccica un po’ di russo.

Una notte Vanya, un ragazzino russo figlio di papà pieno di dollari strafatto di droga e alcol come sarà per quasi tutta la storia, si apparta con lei. Dopo gli approcci nel privè del locale, Vanya conduce Anora nella sua villa pacchiana di Coney Island dove continua ad accoppiarsi con lei tra chiacchiere surreali e videogame. La ragazza ci prende gusto perché i dollari con cui viene pagata sono davvero tanti e non c’è vuoto che non si possa riempire col denaro. Quando le viene proposto di stare con lui tutta la settimana per 15000 dollari, Any accetta. È amore a prima vista? Non fosse che il russo è obnubilato dai fumi dell’alcol e sfocato dalla cocaina e Anora accecata dalla luccicanza dei dollari, ci si potrebbe quasi credere. Ma lo spettatore è attento e lucido e anche quando il ragazzino propone ad Ani di seguirlo a Las Vegas per sposarlo, pensa lestamente a una bravata, una pazzia in pieno hollywoodian-style. Invece si sposano per davvero e Anora comincia a credere che davvero è diventata la signora Eltsin e che la sua vita è finalmente cambiata. Il quadro cambia repentinamente colori quando i ricchissimi genitori di lui vengono a sapere nella lontana Russia del matrimonio e mandano un loro scagnozzo a fare il necessario per annullare tutto. Ma Anora proprio non ci sta, non si arrende e diventa furiosa, ingestibile. Viste le inattese complicazioni create dalla nuora, oligarca e signora sono costretti a occuparsi della faccenda personalmente fiondandosi negli USA.

Inutile dire che lo stupendo sogno di Anora finisce con l’interrompersi e la nostra eroina ne prende definitivamente coscienza in quella che è una delle sequenze più belle della storia del cinema e che chiude anche il film.

Scena di cui non vi dirò nulla come nulla si dice di ciò che è perfetto.

Ma perché il film è così bello? Perché Madison è bravissima, perché si cambia spesso registro senza che il film perda ritmo o credibilità, perché ogni scena è memorabile e le inquadrature mai banali, la sceneggiatura e i dialoghi sono essenziali, grotteschi e drammatici… siamo d’accordo su tutto. Ma quel che fa di questo film un capolavoro assoluto è la sua folle semplicità e la facilità con cui ciascuno riesce a identificarsi e riconoscerci. Non c’è quasi nessuno che non sogni un’altra vita, di vivere in un altro luogo o in un’altra epoca o di appartenere a una classe diversa dalla propria. Perché è così, si desidera quel che non si ha. Ma le fantasie non si realizzano e quando i cambiamenti avvengono per davvero lo fanno così gradualmente che quasi non ce ne accorgiamo. Se ci cambiamo di posto troppo in fretta siamo fuori posto. E la nostra Ani invece si illude e noi con lei. Lascerà i vestitini sexy in soffitta, non darà più in affitto il proprio corpo e smetterà fino in fondo all’anima di sentirsi una prostituta. Siamo tutti Anora per lunghi momenti, siamo tutti puttane sul punto di far sesso solo con chi ci piace. Ma quando pensa di avercela fatta, sbatte la faccia contro il vetro, perde tutto e torna la Anora di sempre. E pure peggio.

Il tono drammatico del racconto sembra spesso sul punto di straripare nella commedia ma non è confusione. Solo il racconto di un’avventura che continua a sorprendere, salvo poi tornare nei binari della normalità. Senza più musica, senza baccano né orgasmi clamorosi. I tempi morti sono il realismo, a volte si fa casino e si riesce a farlo durare fino a che non ci si stanca. Quando torna il silenzio torniamo ai luoghi comuni. Dove tutto è rassicurante, inesorabilmente e definitivamente provvisorio. Compito dell’arte è risvegliare in noi spettatori questa consapevolezza.

Godiamo della tristezza e del nostro insulso posto nello spazio e nel tempo.

Avrei voluto pubblicare, esponendo così al pubblico dileggio, anche una stroncatura di Anora per mostrare quanto fossero superficiali il giudizio e lo sguardo di chi l’ha firmata. Ma sarebbe ingiusto, ognuno ha diritto di vivere il cinema come vuole, arte o intrattenimento. Sedersi davanti allo schermo con gli occhi che brillano e le mani sudate oppure occupare le mani con popcorn, coca cola e telecomando. In fondo la differenza è un velo sottile, come quello che separa il mestiere della spogliarellista da quello della prostituta.

«Anora», il sogno americano in uno strip club

Giulia D'Agnolo Vallan

NEW YORK

Il film di Sean Baker, vincitore della Palma d’oro a Cannes, tra realtà sociale e commedia slapstick. Il regista di «Red Rocket» lavora sull’incontro tra attori professionisti e non, evidenti le influenze di Howard Hawks, Ernest Lubitsch e Blake Edwards. La love story tra la sex worker e il figlio di oligarchi russi, l’infrangersi delle illusioni, una nuova Pretty Woman

Edizione 07/11/2024

Dal buio pulsante di curve nude e luci colorate di uno strip club emerge Anora, il nuovo film di Sean Baker che, dopo aver vinto la Palma d’oro a Cannes 2024, è appena uscito negli Usa con la media più alta di biglietti venduti per schermo. In un tour de force magicamente dosato tra cinema della realtà e commedia brillante hollywoodiana classica, il regista di Florida Project e Red Rocket reinterpreta Pretty Woman: invece di Julia Roberts e Richard Gere, la prostituta e il ricco businessman, è Mikey Madison (C’era una volta a… Hollywood) e Mark Eydelshteyn, una spogliarellista e il figlio di un oligarca russo. Invece di Los Angeles è New York. Baker torna a girare nella sua città natale, set dei primi film, e ci trasporta immediatamente nella sua grana grossa e nella sua elettrica messiness cultural/sociale.

IL LITORALE di Coney Island e il quartiere russo di Brighton Beach -con un paio di puntatine aldilà del ponte e due viaggi a Las Vegas – sono i set principali di questa screwball ancorata alla splendida interpretazione di Madison nei panni di Anora detta Ani – stripper dolce ed esperta, con nome e nonna uzbeki, per cui al club HQ (che sta per headquarters, quartier generale) le affibbiano sempre clienti che vogliono parlare russo. Tra loro c’è Ivan (Eydelshteyn) che mastica l’inglese più o meno come Borat e vive in uno stato di simpatica, spumeggiante alterazione perenne, da alcol e stupefacenti. A seguire quel primo incontro all’HQ, lui la invita a casa, un villone moderno di gusto terribile che si affaccia sulla Sheepshead Bay, per conoscersi meglio. Dopo qualche amplesso veloce e immaturo, ma pagato benissimo, e un festone di fine d’anno, Ivan le chiede una settimana di esclusiva -per 15 mila dollari in contante. Baker riprende con humor e tenerezza l’intimità delle loro conversazioni smozzicate in due lingue, il sesso immancabilmente acerbo, le scorribande sulla spiaggia con gli amici di lui, sullo sfondo -non a caso- del Luna Park di Coney Island.

TUTTI SEMPRE euforici e molto su di giri. Ani è divertita dagli eccessi del bambino straricco (lo scarto tra classi è un leit-motiv del cinema di Baker), ma sembra guardinga -almeno fino un viaggio a Las Vegas dove comincia a credere anche lei a quel sogno febbricitante, e accetta di sposarlo. Per il viaggio di nozze, dice felice all’amica, sta pensando a Disney World. Il risveglio è brusco, con i genitori di «Vanya» in volo dalla Russia e tre figuri (tra cui Karren Karagulian, attore talismano di Baker che faceva il taxista armeno in Tangerine), che si presentano nel villone con un piano per invalidare il matrimonio e un appuntamento in tribunale il mattino dopo.

I fantasmi di Howard Hawks, Ernest Lubitsch e Blake Edwards aleggiano nella scena irresistibile in cui, dopo che Ivan se la dà a gambe, Ani sfoggia un’inattesa furia distruttiva dando serio filo da torcere ai tre sgherri e all’arredamento del soggiorno. Nel mix di slapstick e autentica minaccia in cui sfuma la premessa Cenerentola/commedia romantica della prima parte del film, lei non accetterà di essere umiliata (c’è un po’ di Cabiria nel personaggio, ma meno sentimentalismo) fino all’ultimo. Anche quando, dopo che le hanno strappato il 4 carati dal dito, è costretta ad unirsi al trio, sulle orme dell’inutile marito, per un viaggio che li porta nei locali notturni di Brighton Beach e poi a Manhattan. O durante il faccia a faccia con la suocera miliardaria arpia. Baker lavora da sempre sulla fusione di attori professionisti e non, e su quella tra immersione nella realtà/improvvisazione e stilizzazione formale.
Qui l’equilibrismo è quasi perfetto con un controllo sublime nei passaggi tra tempi frenetici di esorbitane comicità fisica e momenti di improvvisa calma, carichi di suspense. L’ultima scena, in particolare, concentrata nell’abitacolo di un’auto e scandita solo dal rumore del tergicristallo che caccia la neve dal parabrezza, è così bella che smetti di respirare per paura di interromperla.