LA PROSTITUZIONE CI RENDE “UMANI”.

LA PROSTITUZIONE CI RENDE “UMANI”.

È da parecchio tempo che volevo scoprire chi fosse la prima prostituta ufficialmente conosciuta della storia e, facendo qualche ricerca nel tempo libero (in rete si trovano delle vere e proprie chicche) mi sono imbattuto in questa storia.

La prima donna associata alla prostituzione che conosciamo per nome è spesso indicata come Šamḫat (Shamhat), personaggio della Epopea di Gilgamesh, ambientata nella Mesopotamia del II millennio a.C. È descritta come una donna legata alla prostituzione templare e ha un ruolo fondamentale nell'“addomesticare” Enkidu attraverso il rapporto sessuale.

Però attenzione: Shamhat è un personaggio letterario, non una persona storicamente verificabile. Inoltre, l'idea che fosse precisamente una “prostituta sacra” è discussa dagli studiosi moderni: il concetto stesso di prostituzione templare nell'antica Mesopotamia è controverso.

La storia di Shamhat ed Enkidu è molto più interessante del semplice episodio erotico per cui è diventata famosa: nel Gilgamesh il sesso è, in un certo senso, la soglia che separa la natura dalla civiltà.

Siamo nella Uruk mitica del re Gilgamesh. Gilgamesh è potentissimo, bellissimo e, soprattutto, insopportabile: la sua arroganza esaspera gli abitanti della città, che invocano l'aiuto degli dèi.

Gli dèi creano allora Enkidu, una creatura umana ma ancora appartenente al mondo animale. È enorme, peloso, vive nella steppa e corre insieme alle gazzelle. Non conosce città, vestiti, pane, vino o convenzioni sociali. E ha una curiosa abitudine: libera gli animali dalle trappole dei cacciatori.

Un cacciatore, esasperato, va da Gilgamesh e gli racconta di questo uomo selvaggio che rovina il suo lavoro.

La soluzione proposta dal re è decisamente particolare: mandargli Shamhat, una donna esperta nell'arte dell'amore.

Il testo la chiama harimtu e, nelle traduzioni moderne, viene spesso resa come prostituta del tempio o sacred prostitute. Ma qui c'è una precisazione storica interessante: non sappiamo con certezza se Shamhat fosse davvero una prostituta nel senso moderno del termine. L'identificazione della harimtu con la prostituzione sacra è infatti discussa dagli assiriologi.

L'incontro alla fonte

Il cacciatore conduce Shamhat alla pozza dove Enkidu va ad abbeverarsi con le gazzelle.

Per giorni aspettano.

Finalmente compare Enkidu.

E qui il racconto diventa sorprendentemente cinematografico: da una parte c'è l'uomo selvaggio, nudo e coperto di peli, dall'altra Shamhat, rappresentante della civiltà e della sessualità umana.

Il cacciatore le ordina di mostrarsi a Enkidu e di attirarlo verso di sé.

Enkidu abbandona gli animali e si avvicina.

Segue un rapporto sessuale che il poema descrive in maniera abbastanza esplicita per gli standard della letteratura antica. Il testo dice che i due rimangono insieme sei giorni e sette notti.

E qui arriva il particolare davvero geniale del mito.

Il sesso trasforma Enkidu

Quando Enkidu torna verso le gazzelle, succede qualcosa di terribile.

Gli animali non lo riconoscono più come uno di loro.

Fuggono.

Enkidu cerca di seguirli, ma non riesce più a correre come prima. Ha perso qualcosa.

Ma, contemporaneamente, ha acquistato qualcosa.

Ha acquistato la consapevolezza umana.

Shamhat gli spiega che ora è diventato “come un dio” e lo invita a lasciare la steppa e a venire con lei nella città di Uruk.

È una scena straordinaria perché il sesso non viene presentato semplicemente come piacere: è un rito di passaggio.

Enkidu era uomo biologicamente, ma apparteneva ancora al mondo animale. Dopo Shamhat diventa veramente umano.

E il prezzo è la perdita dell'innocenza.


Poi arriva il pane. E la birra.

Shamhat conduce Enkidu presso i pastori.

Gli danno pane.

Lui non sa cosa sia.

Gli danno birra.

Ne beve diverse coppe.

E, secondo il poema, il suo aspetto e il suo comportamento cambiano ulteriormente. I pastori gli tagliano i capelli e lo vestono; Enkidu comincia ad assumere i costumi degli uomini.

È quasi una seconda nascita: prima Shamhat lo introduce alla sessualità, poi il pane, la birra e gli abiti lo introducono alla società.

E c'è un'altra ironia del racconto.

Una volta diventato umano, Enkidu scopre anche la morale.

Gli raccontano che Gilgamesh pretende di esercitare il proprio potere sulle giovani spose di Uruk.

Enkidu si indigna.

E decide di affrontarlo.

Ed è così che nasce la più grande amicizia dell'antichità

Enkidu arriva a Uruk e si mette sulla strada di Gilgamesh.

I due si affrontano.

Combattono con una violenza enorme: due uomini di forza sovrumana che si prendono letteralmente a pugni mentre la città trema intorno a loro.

Ma nessuno dei due riesce veramente a sconfiggere l'altro.

E accade l'imprevisto.

Invece di continuare a odiarsi, si riconoscono l'uno nell'altro.

Diventano amici inseparabili.

Partiranno insieme per affrontare il mostro Humbaba, andranno nella Foresta dei Cedri, combatteranno il Toro Celeste e vivranno una serie di avventure che costituiscono il cuore dell'epopea.

E Shamhat?

Scompare progressivamente dalla narrazione, ma senza di lei tutto il resto non sarebbe mai accaduto.

E c'è una cosa ancora più affascinante

Il ruolo di Shamhat può essere letto quasi come una piccola filosofia della civiltà.

Enkidu passa attraverso una sequenza precisa:

animali → sesso → perdita della natura → pane → birra → vestiti → città → amicizia → consapevolezza della morte.

In altre parole, Shamhat non “seduce” semplicemente Enkidu: lo fa nascere come essere umano.

Ed è proprio per questo che trovo molto più interessante chiamarla la prima prostituta della storia soltanto come provocazione. Perché, nel poema, Shamhat è qualcosa di assai più complesso: è la donna attraverso la quale l'uomo selvaggio entra nel mondo degli uomini.

E c'è un ultimo paradosso magnifico: Enkidu diventa umano proprio quando perde per sempre il paradiso animale in cui viveva. Da quel momento conoscerà l'amicizia, l'amore, la gloria e infine il dolore della morte.

È probabilmente una delle prime volte in cui la letteratura ci racconta che diventare uomini significa anche diventare consapevoli di poter morire.