BRUEGEL A MILANO: RAPPRESENTAZIONE DELL’EROTISMO GROTTESCAMENTE DEFORMATO
A cavallo tra questo soporifero anno 2026 in cui si parla solo di morti ammazzati con il linguaggio delle osterie e il prossimo 2027, in cui le cose andranno probabilmente peggio, mentre nuotiamo scomposti in un torbido mare d’ignoranza, avremo la possibilità di andare a Palazzo Reale (a Milano, ovviamente) e gustarci la mostra dedicata ai Brueghel, una delle più influenti dinastie artistiche del Rinascimento europeo.
Come dire, se il presente è una merda, guardiamo al passato. E non faccio commenti!
Esattamente dal 29 settembre prossimo venturo, come si diceva quando ero ancora un giovanotto con l’anima candida e incorrotta.
Comunque, il sito di riferimento per info date prezzi orari e affini è questo:
https://www.palazzorealemilano.it/-/brueghel
Ma quello che più mi interessa, a parte segnalarvi l’evento e magari suggerirvi di andarci anche se non ci vedete motivi d’interesse (se non altro perché vi renderebbe fighi agli occhi degli amici), è trovare l’attinenza di questi capolavori ai nostri consueti piccanti argomenti.
Diciamolo subito, Pieter Bruegel il Vecchio non ha dipinto quadri erotici! O almeno non nel senso moderno o accademico del termine (come nudi celebrativi o scene mitologiche sensuali), ma ha inserito espliciti doppi sensi sessuali e dettagli carnali all'interno delle sue celebri scene di vita quotidiana e contadina.
La parte più gustosa riguarda le sue riflessioni clamorosamente attuali su vizio e moralità, malgrado i quasi 500 anni di ritardo sul calendario...
La sua rappresentazione della sessualità non era idealizzata, bensì terrena, umoristica e legata alla cultura popolare dell'epoca. Non aspettatevi tette e culi, ma osservate con più attenzione, per esempio, le braghe dei contadini (codpieces): In capolavori come la Danza nuziale (conservata al Detroit Institute of Arts) o le Nozze di contadini, gli uomini indossano vistose e rigonfie "braghette" (le patte dei pantaloni dell'epoca), volutamente accentuate per sottolineare la virilità e la fisicità ruspante dei festeggiamenti contadini.
Nelle medesime scene festive, la presenza di strumenti musicali come le cornamuse non è casuale. Nella cultura fiamminga del XVI secolo, la forma della cornamusa era un esplicito simbolo visivo legato alla lussuria maschile e al desiderio sessuale.
Attraverso la rappresentazione della sessualità in forme grottesche e ridicole, Bruegel sottolinea il carattere popolare, volgare e addirittura brutale (nel senso di bruto) del sesso, attinente ovviamente a gente rozza e volgare come appunto il popolo.
Curiosamente, 500 anni dopo, nel ventesimo secolo, un altro artista che maneggiava la penna invece del pennello, tale George Orwell, nel suo capolavoro “1984” scriveva che nel mondo del Grande Fratello il sesso era la distrazione che il governo concedeva al popolo per evitare che cominciasse a pensare con la propria testa. Alcol cattivo e sesso dozzinale erano, insieme alla repressione, gli strumenti per tenere il popolo completamente sottomesso.
Ma torniamo al nostro.
Di Bruegel esistono incisioni basate sui suoi disegni, come Le nozze di Mopso e Nisa(conosciuta anche come La sposa sporca), custodita al Metropolitan Museum of Art, che mettono in scena la carnalità in modo grottesco e satirico, ribaltando i canoni classici della bellezza e del romanticismo.
La rappresentazione de "La sposa sporca" (incisione del 1570 ideata da Pieter Bruegel il Vecchio e incisa da Pieter van der Heyden) si basa sulle Bucolichedi Virgilio e raffigura le nozze comiche dei personaggi pastorali Mopso e Nisa.
Nelle opere di Pieter Bruegel il Vecchio e della sua scuola, le feste e i matrimoni contadini erano il palcoscenico ideale per rappresentare la lussuria e la perdita dei freni inibitori.
L'espressione "sposa sporca" indicava all'epoca una donna già incinta prima delle nozze. Quindi non si riferiva solo alla scarsa igiene o ai vestiti logori. Era un termine gergale e satirico per indicare una donna non più vergine o considerata di facili costumi. Di una zoccola, aggiungo io brindando all’attinenza nella famosa osteria di cui sopra. La "sporcizia" simboleggiava quindi la presunta corruzione morale e la sfera sessuale incontrollata.
L'opera non contiene nudità esplicite nel senso moderno del termine, ma è considerata fortemente a sfondo sessuale ed erotico per via dei simboli, dei doppi sensi linguistici e delle allusioni carnali tipiche della cultura popolare fiamminga del XVI secolo.
Lo sposo Mopso indossa un cappello con piume e solleva la sposa Nisa in una posa grottesca, accompagnato da un musicista che suona in modo bizzarro con una pala da carbone e un coltello.

È Virgilio. Ecloghe, VIII, 2
Mopso Nisa datur, quid non speremus amantes?
Traduzione letterale:
"Nisa è data in sposa a Mopso, cosa non dovremmo sperare noi amanti?"
Il contesto è amarissimo, è ironia pura.
Nell'ecloga VIII c'è una gara di canti tra due pastori, Damone e Alfeo. Damone è disperato perché la ragazza che ama, Nisa, sta per sposare un altro: Mopso.
E Mopso è il più sfigato di tutti, l'antipatico, il coglione del villaggio. È come se dicessi oggi: "Hanno dato Nisa a quello scemo di Mopso".
Quindi il verso vuol dire:
"Se perfino Mopso riesce a sposarsi con Nisa, allora tutto è possibile. Se succede una cosa così assurda e ingiusta, noi innamorati che cazzo non dobbiamo più sperare?"
Si usa ancora oggi come proverbio colto per dire: *quando vedi succedere le cose più assurde e immeritate, ti viene da pensare che alla fine può succedere di tutto, anche a te.
È il lamento dell'amante tradito che vede l'amata andare con uno che vale meno di lui).
Sullo sfondo si nota una tenda di fortuna fatta di stracci e rami. Nelle farse di Carnevale dell'epoca, questa struttura rappresentava la camera da letto improvvisata, un luogo associato ad accoppiamenti disordinati, grotteschi e privi della sacralità del matrimonio cristiano. Lo sposo che trascina fuori la sposa allude direttamente all'atto sessuale appena consumato o imminente.
Un uomo a destra suona strofinando un coltello su una pala da carbone. Nella pittura fiamminga, gli strumenti musicali "improvvisati" o non convenzionali (come anche le cornamuse o i fusi, spesso usati da Bruegel) avevano una chiara valenza fallica o sessuale. Il movimento ritmico dello sfregamento era una metafora visiva, sfacciata e satirica, dell'atto sessuale.
L'intera scena è permeata dallo spirito delle feste di Carnevale (Shrovetide), un periodo dell'anno in cui le convenzioni sociali venivano ribaltate e gli istinti carnali (gola e lussuria) venivano esibiti pubblicamente.
Bruegel ha dedicato un'intera serie di incisioni ai Sette peccati capitali (tra cui la Luxuria), e "La sposa sporca" ne riprende i temi chiave: l'abbandono alla carne, la sregolatezza e il disprezzo per la moralità dell'epoca.
In sintesi, per il pubblico del Cinquecento l'opera era un concentrato di ironia erotica e volgare, un monito moralistico camuffato da farsa che metteva in ridicolo la sessualità incontrollata delle classi popolari.
Beato il popolo! Che fotte allegramente.
E già che ci siamo, visto che abbiamo accennato alla Luxuria, ampliamo i nostri orizzonti scoprendo che si tratta di un’altra incisione disegnata da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1557 e intagliata da Pieter van der Heyden, e che fa parte della celebre serie dedicata ai Sette peccati capitali. In perfetto "stile boschiano", Bruegel riempie la scena di un'infinità di mostri ibridi, demoni e accoppiamenti bizzarri, creando un incubo satirico ricco di simboli sessuali ed erotici dell'epoca.

Luxuria enerva vires, effoeminat artus
(la lussuria snerva le forze, effemina le membra)
Una curiosità, Il vecchio Pieter questa roba l’ha fatta quando aveva circa 30 anni, di ritorno da un viaggio – ma guarda te la coincidenza – in Italia.
A ben guardare la scena è un bordello infernale: al centro la donna nuda, la Lussuria stessa. È parzialmente seduta o sdraiata nella cavità del tronco di un albero cavo. Viene accarezzata e sedotta da un amante demoniaco. L'albero cavo o marcio, nella tradizione figurativa fiamminga, era un forte simbolo di peccato, depravazione morale e degradazione spirituale.
Intorno, tutti accoppiati come animali,
diavoletti e gente a testa in giù. Sopra a destra c’è anche un disco volante (esagero!?! Ok sì però l’immagine me lo richiama) che in realtà è un capanno con due amanti dentro (Bruegel era geniale per queste cose, benedetto segaiolo del ‘500). E a sinistra, infine, il capro, che nella simbologia medievale e rinascimentale incarnava la lussuria, l'istinto animale e il desiderio sessuale sfrenato.
In primo piano si nota una creatura mostruosa che rompe un uovo gigante sulla propria testa. Nel XVI secolo, le uova (così come i frutti di mare o i bulbi) erano considerate potenti cibi afrodisiaci in grado di stimolare la libido e l'appetito sessuale. Qua e là nella scena spuntano zucche o frutti dalle forme gonfie e grottesche, che richiamano la fertilità distorta e l'eccesso carnale.
La bizzarra processione che si snoda sullo sfondo è guidata da un mostro che suona una cornamusa. Nella cultura popolare olandese, la cornamusa era un noto simbolo erotico e fallico, legata alle passioni più basse della carne.
Dietro l'albero centrale, un uomo accusato di adulterio viene mostrato mentre cavalca a ritroso un demone come pubblica umiliazione, con un cartello derisorio attaccato al cappello.
Sulla sinistra sono chiaramente visibili due cani intenti ad accoppiarsi, del tutto incuranti del demone che sta per aggredirli alle spalle. Questo dettaglio sottolinea come la lussuria renda gli esseri viventi ciechi di fronte al pericolo spirituale.
Poco distante, un'altra creatura compie un gesto estremo castrandosi da sola, a simboleggiare la disperazione, la colpa o la punizione violenta che scaturisce dal peccato della carne.
Con questa immensa e caotica allegoria, Bruegel non voleva semplicemente scandalizzare, ma mettere in guardia il pubblico del suo tempo mostrando la lussuria non come un piacere raffinato, ma come una forza mostruosa, grottesca e bestiale che priva l'essere umano della sua razionalità.
Ma caro Pieter, eri davvero così moralista o più verosimilmente ti prostituivi ai ricchi mecenati dell’epoca e producevi (un tantino) su ordinazione?
La storiografia artistica considera Pieter Bruegel il Vecchio un moralista, ma l'accezione del termine va compresa nel contesto del Rinascimento fiammingo. Bruegel non era un censore bigotto o un predicatore dogmatico; era piuttosto un moralista umanista.
Attraverso le sue opere, l'artista non esprimeva una condanna cattolica o protestante vecchio stampo, ma offriva una profonda e disincantata riflessione sulla follia intrinseca della natura umana e sulla fragilità dell'uomo di fronte ai propri istinti.
A differenza dei predicatori medievali, Bruegel usa lo strumento dell'umorismo e del grottesco per fare la sua morale. Nelle serie dei Sette peccati capitalio in opere come La sposa sporca, l'umanità non viene mostrata come intrinsecamente diabolica, ma come ridicola, cieca e caotica. Più che spaventare lo spettatore con l'inferno, Bruegel voleva farlo riflettere ponendolo davanti a uno specchio.
Bruegel frequentava circoli intellettuali d'avanguardia ad Anversa e Bruxelles, ed era vicino al pensiero di filosofi come Erasmo da Rotterdam (autore dell' Elogio della follia). Come Erasmo, Bruegel osservava il mondo con una combinazione di distacco filosofico ed empatia. La sua morale punta a denunciare l'irrazionalità umana: l'uomo che insegue la Luxuria o la Gulaperde la propria dignità razionale e si riduce (o eleva) allo stato bestiale.
Il suo essere moralista emerge nell'uso sistematico dei proverbi popolari e delle parabole (come la celebre Parabola dei ciechi). I proverbi erano la "saggezza della terra", un codice etico laico e accessibile a tutti per navigare in un mondo pieno di insidie, vizi e ipocrisie
In sintesi, Bruegel il Vecchio può essere definito un moralista dello sguardo: non giudica dall'alto di un pulpito, ma osserva l'umanità dall'alto di una prospettiva a volo d'uccello, registrando con precisione millimetrica e un pizzico di amaro sarcasmo quanto gli uomini sappiano essere piccoli, viziosi e meravigliosamente folli.
Nel celebre dipinto Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559), conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, Bruegel mette in scena il suo più grande paradosso morale: non prende posizione per nessuna delle due parti, ma le condanna entrambe, smascherando sia l'eccesso della carne sia l'ipocrisia della penitenza.
La piazza del villaggio diventa un teatro universale diviso simmetricamente in due fazioni opposte:
Sulla sinistra domina il Carnevale, personificato da un uomo grassissimo a cavallo di una botte di vino, con un pasticcio di carne infilzato su uno spiedo a mo' di lancia.
- L'illusione del piacere: Attorno a lui regnano la gola, l'alcolismo, il gioco d'azzardo e la sregolatezza sessuale.
- La condanna morale: Bruegel mostra questa fazione come un'umanità infantile e caotica, completamente schiava dei propri istinti più bassi, che spreca le proprie risorse e la propria dignità per un piacere effimero.
Sulla destra avanza la Quaresima, rappresentata da una donna magra, pallida e spettrale, seduta su una sedia a rotelle trainata da un frate e da una monaca. La sua lancia è una pala da forno con sopra due misere aringhe.
- L'apparenza della fede: Dietro di lei i fedeli escono dalla chiesa, distribuiscono elemosine e digiunano.
- La condanna morale: Bruegel svela che questa devozione è pura facciata. Molti dei personaggi compiono atti di carità in modo meccanico e teatrale, solo per farsi vedere. La "fazione del bene" è mostrata come cupa, rigida, priva di vera compassione e intrisa di un moralismo sterile.
Il fulcro del dipinto si trova nell'esatto centro della piazza, dove Bruegel dipinge una coppia vista di spalle, guidata da un buffone con una torcia accesa in pieno giorno.
Questo dettaglio racchiude il pensiero dell'artista: la torcia accesa di giorno simboleggia la follia e la cecità spirituale. La coppia rappresenta l'umanità che cammina smarrita nel mezzo, incapace di trovare la retta via dell'equilibrio e della moderazione, oscillando eternamente tra il peccato sfacciato (Carnevale) e la virtù ipocrita e ostentata (Quaresima).
