UNA PIPPA PLATONICA

Erano anni che aspettavo l’occasione giusta per parlarvi di Platone e del suo Simposio e oggi finalmente Massimo Gramellini mi ha servito l’assist al bacio col suo “Bombardare Platone” pubblicato nel suo caffè del corriere. Ve lo riporto integralmente.

“La notizia che il rettore della più grande università pubblica del Texas ha censurato il Simposio di Platone mi addolora, ma non mi stupisce.

Intanto perché l’asticella dello stupore si è alzata moltissimo: se ancora un paio di anni fa ci avessero detto che un presidente degli Stati Uniti si sarebbe munito di un corpo di polizia privata - le famose Trumptruppen - o che avrebbe minacciato di invadere la Groenlandia, ci saremmo sganasciati dal ridere. Inoltre, era scontato che prima o poi quel mondo reazionario e bigotto che ha preso il comando in America arrivasse a colpire il libro e il filosofo che stanno alle origini della civiltà occidentale da loro tanto detestata. Il Simposio è un inno alla libertà sessuale e alla forza rivoluzionaria dell’amore, temutissima dai potenti di ogni epoca. Già venticinque secoli fa osò mettere sullo stesso piano gay ed eterosessuali: era così avanti che Vannacci non lo ha ancora raggiunto. Senza contare che, in quest’epoca consacrata all’odio, un testo dove si sostiene che solo l’amore è in grado di creare qualcosa di durevole rappresenta un’anomalia da espellere o quantomeno da spurgare.

Resisterei però alla tentazione di considerare Trump il diretto responsabile. Probabile che non sappia chi fosse Platone, e forse neanche Giulio Cesare e Alessandro Magno. A questo punto speriamo che nessuno glielo dica: se scopre che erano tutti bisex, è capacissimo di far bombardare l’Acropoli e i Fori Imperiali.

Prima di addentrarmi nella materia che si è fatta attuale più che mai, qualche riga a beneficio di chi col simposio ha la stessa confidenza che i preti hanno con la patonza (chiedo scusa alcuni potrebbero obiettare che il paragone non calza, cazzo!):

Nel Simposio, il filosofo tratta il tema dell'amore (Eros). Simposio letteralmente significa ''banchetto'' e proprio in uno dei questi, organizzato da Agatone, si discute del tema dell'amore.

Presso i greci era prassi comune, infatti, scegliere un tema di cui ogni ospite doveva dare una propria opinione, facendolo un piccolo monologo. Il tema era sempre scelto dall'ospitante.

Socrate, insieme a un gruppo di amici e intellettuali ateniesi, è l’ospite più celebre. Ogni ospite espone la propria concezione di Eros, il dio dell'amore, esplorando il tema sotto diverse prospettive, dalla fisicità e desiderio alla spiritualità e bellezza.

Il primo a parlare e a scegliere il tema è Fedro: secondo lui Eros è un dio antichissimo (come Gea, Urano e Crono) ed è annoverato nei miti di creazione; è molto importante poiché ha proporzionato e armonizzato il mondo (lo ha abbellito).

Il secondo è Pausania: egli distingue un Eros buono, quello di Afrodite-Urania (misurato, senza eccessi o difetti) e un eros cattivo, venereo, passionale ed eccessivo.

Per il medico Erissimaco, il terzo, Eros è un sentimento (paragonato a un farmaco) che cura le anime più inquiete e travagliate, ma può renderle folli: bisogna quindi usarlo con il giusto dosaggio.

Il commediografo Aristofane è il quarto a prendere parola e racconta il mito dell'androgino.

Prima degli uomini c'erano degli altri esseri, i mostri androgini (due esseri umani attaccati tra loro, attraverso il petto), i quali potevano essere composti da due uomini, due donne oppure un uomo e una donna.

Erano molto veloci e potenti, perciò, sfidarono gli dei; Zeus però non fu d'accordo, li divise in due (l'ombelico è il segno di questa divisione) e disse che se non avessero smesso li avrebbe divisi ulteriormente.

La conclusione è la seguente: l'amore non è altro che la ricerca dell'altra metà, la nostalgia dell'unità perduta.

Il tragediografo Agatone è il quinto a parlare e fa un discorso serio che però non ha molto effetto sui presenti.

Egli afferma che l'amore può avere come oggetto solo il bene e chi ama deve per forza essere bellissimo; bene e bello sono identici e chi è bello ama il bene: tipica concezione del mondo greco, dove la persona più bella è più virtuosa di quella fisicamente brutta, l'aspetto esteriore “mostra” quello interiore.

A questo punto irrompe nella sala Alcibiade che, ubriaco, afferma il suo odio per il maestro: dichiara di averlo amato; Socrate aveva avuto atteggiamenti ambigui, lo aveva illuso ma non si era concesso.

È l'unico a non fare un discorso su eros. L'ultimo è proprio Socrate, il quale, dopo essersi attirato la simpatia dei commensali, riferisce cosa gli aveva detto Diotima, sacerdotessa di Mantinea: l'amore è una relazione, un rapporto, e in quanto tale prevede la partecipazione di un amante (A) e un amato (B).

L'amore è soprattutto nell'amato che non è bello, perché all'amante manca qualcosa (l'amato). Perciò per Socrate l'amore è la ricerca continua nell'altro di ciò che non si ha.

Continuo a prendere le distanze dal tema evitando di prendere posizione (che poi tradotto è l’unico modo di evitare le bombe dei Trumptruppen) e vi scodello parte di un articoletto che secondo me centra il bersaglio. Lo firma Federica Parisi che nel 2020 arricchiva di queste parole il bellissimo “la chiave di Sofia”:

…Ma la posizione probabilmente più vicina al nostro attuale modo di considerare l’amore, è la visione di Eros come intermedio in senso “orizzontale”, ossia come qualcosa che unisce caratteri opposti, come la privazione e l’acquisizione. È infatti interessante paragonare tale posizione platonica con la psicanalisi che vede nell’amante colui che ricerca nell’amato l’oggetto della propria mancanza. Tale visione dell’amore come intermedio in senso orizzontale deriva dalla natura di Eros, che Platone fa nascere dalla sintesi di due forze opposte, quella della madre Penia (Povertà) e quella del padre Poros (Ingegno). Secondo Platone, Eros avrebbe ereditato l’indigenza, il bisogno e dunque la mancanza, dalla madre Penia; mentre avrebbe ereditato la bramosia di cercare ciò che desidera con tutte le sue forze, dal padre Poros. In quanto generato durante la festa della nascita di Afrodite, massima rappresentante della bellezza, Eros sarebbe amante del bello; pertanto, Platone afferma che l’amore sia il tendere al Bene, anche nel suo manifestarsi come bellezza.

«In occasione della nascita di Afrodite, […] Povertà, escogitando, per la sua miseria, di avere un figlio da Ingegno, gli si sdraia accanto [mentre dormiva ubriaco] e concepisce Amore. Ecco perché Amore […] è, di sua natura, innamorato del bello, bella essendo anche Afrodite» (ivi).

Tale concezione può risultare complessa, ma è facilmente spiegabile se si comprende che l’Eros realizza la sua tendenza al Bene mediante la procreazione del Bello, dal quale è attratto per sua natura. La bellezza, a sua volta, stimola il desiderio di procreare portando la natura all’immortalità, ma sulla questione della procreazione Platone non si limita ad alludere alla dimensione materiale. Egli afferma che tale processo avvenga anche per l’anima; infatti il Bello porterebbe l’anima a generare le sue migliori virtù e dunque ad essere sempre alla ricerca di nuove acquisizioni del sapere.

La conclusione platonica può apparire aulica e apparentemente poco pratica; tuttavia, passi avanti sono stati fatti ragionando sull’amore, proprio a partire da Platone, come dimostrano le tesi freudiane sulla libido e sulla sublimazione. La mancanza che caratterizza l’amore attua il desiderio nei confronti dell’amato e su questo notiamo come convergano sia Platone che Freud. Infatti, in Platone l’amore non fa altro che spingere l’individuo oltre la morte, attraverso la procreazione che serve a mantenere nel tempo ciò che “manca” a livello corporeo, ossia l’immortalità materiale. Freud parlerà di Eros e Thanatos, rispettivamente pulsione di vita e di morte, arrivando ad affermare che Eros si ponga al servizio della pulsione di morte.

Notiamo dunque come in Freud venga ripreso il tema della mancanza e la teoria platonica dell’Eros, fino ad arrivare alla sublimazione dell’amore, secondo cui la spinta verso la meta sessuale si sublima, cioè si trasmuta in un’altra tensione nei confronti di una meta che non è più sessuale.

La teoria platonica dell’Eros risulta quindi molto più concreta di quanto non sembri, sintetizzando perfettamente la dimensione materiale e quella spirituale, impossibili da considerarsi separatamente quando si parla di amore, a prescindere dall’opinione che si abbia riguardo al tema, che ancora oggi rimane di complessa definizione.

Ma torniamo al Simposio, al banchetto. In questa occasione uomini, amici tra loro, organizzano una festa, per svago: forte, infatti, è la componente ludica, ben rappresentata dal “cottabo”.

Il gioco consisteva nel far roteare la propria coppa piena di vino, sino a lanciarne una goccia contro un bersaglio prestabilito, fissato su un muro. Il gioco funzionava meglio con un alto livello di complicità, ma soprattutto di gradazione alcolica tra i presenti. Il vino greco, tra l’altro, aveva una fortissima gradazione alcolica, circa 35 gradi secondo alcune stime, tanto da dover essere diluito con l’acqua per mitigarne gli effetti.

Non mancavano, ovviamente, i momenti di affettuosità e di vero e proprio trasporto erotico tra i presenti: purché entro le regole previste, ovvero tra adulto e un adolescente, rigorosamente privo di barba. Accanto al sesso era evidente la complicità amicale, la stima reciproca nel rapporto tra adolescente e adulto, simboleggiata da Socrate e Alcibiade, nel dialogo platonico.

Le donne partecipavano al Simposio? Sì, ma con un ruolo ancillare, professionale: le etere, donne che avevano studiato danza, poesia, musica, intrattenevano gli uomini, seminudi, distesi sui triclini ed intenti a divertirsi.

Lo stesso Platone inseriva infatti, nella teoria della scala erotica, l’amore tra uomini in una posizione distinta rispetto a quella tra uomini e donne, segno che il rapporto tra i sessi è cosa diversa dal rapporto tra amici, confratelli, sodali capaci di un’intesa altra e di altro livello, che ha obiettivi alti, quali la formazione del cittadino, il culto della giustizia e dei valori etici che garantiranno, dopo la morte, la possibilità di restare nell’iperuranio, dopo aver condotto una vita che vale la pena di essere vissuta e aver superato il giudizio sull’anima, come raccontato nel mito di Eros.

L’anima, immortale, dopo la morte del corpo che la ingabbia durante la vita terrena, vola nell’iperuranio, il mondo delle idee e della verità, per essere giudicato attraverso il peso della propria condotta morale tenuta in terra. Più si sarà seguita la via della verità, dello studio, della conoscenza, ovvero del filosofare, più l’anima sarà leggera e quindi adatta a restare nell’eternità alla presenza del Bene. Quale strada allora condurrà verso la verità? Quali rapporti sociali andranno privilegiati? La risposta, crediamo, è piuttosto chiara.

La strada che conduce alla verità è quella dei rapporti tra sodali, l’amicizia che non chiede ma concede, regala. Questi sono i rapporti privilegiati, secondo Platone, per perseguire la virtù e la verità, per seguire la strada della conoscenza e bla bla bla.

Non so a voi, ma a me questi discorsi sembrano, più che filosofia, una grande, immensa, spumeggiante PIPPA PLATONICA.