PERCHE’ SONO PENTITO DI NON AVER LETTO L’ARS AMATORIA DI OVIDIO, IL PRIMO GRANDE LIBRO SUL SESSO.

Devo riconoscere che non sono stato uno studente attento, zelante e rigoroso, soprattutto per quanto riguarda le materie classiche, come il latino. Ho sempre pensato, dall’alto della mia supponente arroganza, che studiare i classici non mi avrebbe portato da nessuna parte nella vita, che non avrebbero potuto insegnarmi nulla. Come potevano poeti, filosofi, scrittori vissuti centinaia, anzi, migliaia di anni fa, dire qualcosa che poteva aiutarci a comprendere e vivere la realtà della fine del secondo millennio?

Crescendo, invece, mi sono dovuto ricredere, perché Seneca, Cicerone, Socrate… beh, avevano compreso la natura umana come nessuno dopo di loro e i loro insegnamenti, direi piuttosto le loro considerazioni, sono valide oggi come lo erano allora.

Quindi, sì, sono pentito di averli trascurati.

E quello di cui sono maggiormente pentito, vista la piega che ha preso la mia vita sessuale ormai ridotta a un onanismo seriale da primato del mondo, è Ovidio, in particolare per il suo modernissimo poema “Ars Amatoria” o “Ars Amandi”.

Avrei dovuto leggerlo, avrei dovuto berlo, avrei dovuto mangiarlo e poi ricominciare da capo. Sono sicuro che se l’avessi fatto oggi non sarei quell’uomo vanitosamente schivo, incapace di costruire relazioni durature e, soprattutto, sessualmente inetto che sono ora.

Ragazzi, se leggeste l’Ars Amatoria di Ovidio, vi rendereste conto di quanta moderna anticonvenzionalità sia capace il nostro poeta, capace di scardinare, con il suo poema, la rigida morale dell’epoca (parliamo dell’inizio del primo millennio d.C.), tanto che, a seguito della diffusione della sua opera, fu costretto all’esilio dall’imperatore Augusto che, proprio in quell’epoca, con Vittoriano zelo stava iniziando una restaurazione morale della società romana dell’epoca.

Cos’è dunque questo poema, che tanto ha spaventato l’imperatore Augusto, da indurlo a esiliare il suo creatore senza alcuna possibilità di ritorno?

L'Ars amatoria (o Ars amandi) è un poemetto in distici elegiaci, in latino, composto da Publio Ovidio Nasone nell'1 a.C. o nell'1 d.C. Considerato un poema erotico-didascalico perché trasforma il corteggiamento, la seduzione e la sfera sessuale in una vera e propria disciplina tecnica insegnata passo dopo passo (ars), sganciandola dai vincoli morali e riproduttivi del matrimonio romano tradizionale.

Ecco perché viene considerato un'opera incentrata sul sesso, inteso come gioco e arte sociale:

Il poeta come Praeceptor Amoris

Ovidio abbandona i toni della poesia elegiaco-tradizionale in cui il poeta soffriva ed era schiavo della donna amata (servitium amoris). Si veste invece i panni del maestro d'amore: spiega con distacco e cinismo le regole pratiche della conquista. L'amore non è più una passione totalizzante e infelice, ma una tecnica di piacere e di seduzione reciproca.

La struttura manualistica e concreta

L'opera è divisa in tre libri in distici elegiaci e funziona come un vero manuale pratico.

Libro I (per gli uomini): Indica dove trovare le donne a Roma (teatri, circhi, banchetti) e come rompere il ghiaccio, offrendo consigli anche fisici e di igiene personale.

Libro II (per gli uomini): Insegna come mantenere vivo il rapporto d'amore e il piacere nel tempo.

Libro III (rivolto alle donne): Speculare ai primi, fornisce consigli di cosmesi, trucco, abbigliamento e comportamento per sedurre a loro volta, rivendicando una sorta di parità nel gioco erotico.

In questo libro, il poeta offre una vera e propria guida estetica e geometrica alle posizioni sessuali (figurae).

Il principio cardine di Ovidio è: ogni donna deve scegliere la posizione in base ai propri difetti e pregi fisici, per apparire bellissima anche nel momento di massimo abbandono.

Per la donna minuta: Consiglia la posizione in groppa al partner (femina eques). Essendo piccola, non rischia di schiacciare o sovrastare eccessivamente l'uomo.

Per la donna alta o slanciata: Consiglia di sdraiarsi, oppure di piegare leggermente le ginocchia sul letto. Se è molto alta, le sconsiglia categoricamente di stare sopra, per evitare di apparire sproporzionata rispetto al partner.

Per chi ha un bel fondoschiena: Ovidio suggerisce di farsi guardare da dietro (il coito a tergo), una posizione considerata visivamente molto valorizzante.

Per chi ha un bel seno o un viso splendido: Consiglia la posizione tradizionale distesa sulla schiena (il volto rivolto verso l'alto), per mantenere il focus visivo sul viso e sul décolleté.

I difetti da nascondere: Se una donna ha la pelle della pancia segnata dalle smagliature del parto, il poeta consiglia di girarsi di spalle o di fare l'amore al buio o in penombra.

Il sesso come obiettivo e divertimento

Nelle pieghe dei consigli (come sfiorare una mano, interpretare gli sguardi o gestire l'intimità), il fine ultimo della contesa descritta da Ovidio è il piacere fisico e il divertimento mondano, slegato dai doveri civili. L'eros diventa un'abilità mondana da esibire, un passatempo raffinato che urta apertamente la morale e le leggi di Augusto sulla famiglia, portando poi il poeta all'esilio.

Ma in che senso possiamo considerarla un'opera immorale sul sesso al punto di far guadagnare a Ovidio un brutto esilio sulle coste del mar Nero?

Per comprendere perché l'Ars amatoria sia stata considerata un'opera intollerabile e "immorale" al punto da contribuire alla rovina di Ovidio, bisogna guardare al contesto politico dell'epoca. Non si trattava di semplice bigottismo per le scene di sesso in sé, ma di un vero e proprio scontro ideologico con il potere politico.

Ovidio stesso, nei suoi scritti dall'esilio (Tristia), sintetizzò il motivo della sua condanna con una celebre formula: carmen et error (una poesia e un errore).

Ecco in che senso l'opera fu ritenuta "immorale" e come si legò al drammatico esilio a Tomi (l'odierna Costanza, in Romania), sulle gelide sponde del Mar Nero.

Il Carmen: Il reato di "istigazione all'adulterio"

Mentre Ovidio scriveva il suo brillante e ironico manuale di seduzione, l'imperatore Augustoera impegnato in una massiccia campagna di restaurazione morale dello Stato. Attraverso le sue leggi sulla famiglia (le Leges Iuliae del 18-16 a.C.), Augusto aveva trasformato l'adulterio in un crimine pubblicopunito con l'esilio e la confisca dei beni. L'obiettivo dell'imperatore era spingere i patrizi a sposarsi, fare figli legittimi e abbandonare i vizi erotici per rinsaldare l'impero.

L'opera di Ovidio si pose come un vero e proprio "contro-manuale" sovversivo:

Insegnava a mentire e a tradire: Spiegava trucchi pratici per eludere la sorveglianza dei mariti o dei custodi, come scriversi messaggi d'amore sul dorso delle ancelle usando il latte come inchiostro invisibile.

Sdoganava il sesso ricreativo: Presentava il sesso non come un dovere civico finalizzato alla procreazione, ma come un gioco basato sulla menzogna, sul piacere reciproco e sul divertimento.

Prendeva in giro i valori ufficiali: Indicava i luoghi pubblici inaugurati da Augusto (come i teatri e i portici celebrativi) non come monumenti alla grandezza di Roma, ma come i "migliori terreni di caccia" per rimorchiare.

Sebbene Ovidio si difendesse dicendo che il manuale era rivolto solo alle cortigiane (liberte e straniere) e non alle rispettabili matrone romane, l'opera normalizzava un modello di vita libertino che ridicolizzava gli sforzi morali dell'imperatore.

L'Error: Lo scandalo a corte

L'aspetto più misterioso è la tempistica. L'Ars amatoria fu pubblicata intorno all'1 a.C., ma Ovidio fu condannato nell'8 d.C., ben nove anni dopo. Perché aspettare così tanto?

È qui che entra in gioco l'error: un passo falso di natura politica o personale che fece perdere al poeta la protezione imperiale. Nell'8 d.C., la cerchia ristretta di Augusto fu travolta da un enorme scandalo: la nipote dell'imperatore, Giulia Minore, fu accusata di adulterio e di aver preso parte a una congiura politica, venendo a sua volta esiliata.

Gli storici ritengono che Ovidio non fosse un congiurato, ma che avesse visto o saputo qualcosa che non avrebbe dovuto vedere (forse gli incontri clandestini di Giulia Minore), diventando un testimone scomodo e complice con il suo silenzio.

La vendetta di Augusto e il duro esilio

Augusto colse l'occasione dello scandalo della nipote per colpire anche il poeta che, con i suoi versi, era accusato di aver corrotto la gioventù romana e la stessa famiglia reale.

La condanna fu durissima. Tramite un editto imperiale diretto (senza processo in Senato), Ovidio subì la relegatio perpetua a Tomi. Pur mantenendo la cittadinanza e i beni personali, fu strappato dalla raffinata e calda vita mondana di Roma e spedito in un avamposto di frontiera semibarbaro e glaciale.

Ovidio passò gli ultimi anni della sua vita a scrivere suppliche disperate ad Augusto (e poi a Tiberio) attraverso le raccolte poetiche dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto, implorando il perdono o almeno un trasferimento in un luogo meno ostile. Non ottenne mai la grazia e morì in esilio intorno al 17-18 d.C., pagando a carissimo prezzo l'aver trasformato il sesso e il corteggiamento in una provocazione politica.

La rivoluzione del piacere femminile nell'antica Roma

Per capire quanto Ovidio fosse moderno, bisogna ricordare che nella Roma repubblicana e imperiale il sesso matrimoniale serviva solo alla procreazione (procreandorum liberorum causa). Alle matrone romane non era richiesto di provare piacere; l'orgasmo femminile era spesso associato alle prostitute o visto con sospetto.

Ovidio rompe questo tabù e introduce il concetto di piacere reciproco e simultaneo:

"Che la donna senta l'atto fin nelle midolla, e che il piacere sia ugualmente gradito a entrambi."

L'orgasmo simultaneo: Ovidio celebra il momento in cui l'uomo e la donna "mancano di forze insieme" e cadono esausti nello stesso istante. Ritiene che il sesso unilaterale (dove gode solo l'uomo) sia freddo e incompleto.

I preliminari e il ritmo: Consiglia agli uomini di non avere fretta. Dice che i luoghi intimi delle donne vanno accarezzati a lungo e che il rapporto deve avere un ritmo graduale, in modo che nessuno dei due arrivi al traguardo troppo in anticipo rispetto all'altro.

Il consiglio alle donne (anche se recitato): Ovidio è così convinto dell'importanza del piacere femminile che dice alle donne: se anche in quel momento non provate piacere reale, fingetelo con i suoni, i movimenti e gli sguardi. Questo non per ingannare l'uomo, ma per mantenere l'armonia e la complicità erotica all'interno della coppia.

Copertina di un'edizione tedesca del 1644, la più antica ritrovata

La prima edizione a stampa in assoluto (l'editio princeps) dell'Ars amatoria (o Ars amandi) di Ovidio è stata impressa in Italia a Bologna nel 1471, ad opera del tipografo Baldassarre Azzoguidi.

Esilio e sfighe a parte, il libro ebbe fortuna?

L'Ars Amatoria ebbe particolare fortuna a partire dal Medioevo, epoca in cui, nonostante la severità e lo stretto controllo esercitato dalla Chiesa, fu maggiormente apprezzato. L'influenza di Ovidio sulla letteratura latina medievale è stata individuata da Ludwig Traube come un carattere connotante di una stagione culturale iniziata con il Rinascimento del XII secolo e prolungatasi fino al XIII secolo: a tale proposito, lo studioso tedesco coniò il paradigma di Aetas Ovidiana, che faceva seguito alla Aetas Vergiliana che aveva connotato la rinascita carolingia (VIII-X secolo), e alla Aetas Horatiana dei secoli X e XI. Appartiene a questo periodo una versione dell'opera in lingua d'oïl, composta da Chrétien de Troyes, poi andata perduta.

Nel Duecento poi, molti letterati francesi addirittura fecero dell'Ars amandi un manuale per laici e chierici.

Roger de Lafforest, scrittore e giornalista di parapsicologia, radiestesia e magia, fa riferimento a sette versi dell'Ars amatoria di Ovidio che nessuno traduttore oserebbe citare, per una qualche superstizione che li avvolge. Egli non riporta quali siano i sette versi, ma nella sua traduzione in francese moderno, anche Roger de Lafforest li ha volutamente evitati, come molti altri traduttori.