IL CIELO IN UNA STANZA

Oggi vi parlerò di una canzone di Gino Paoli, “Il cielo in una stanza”, che la maggior parte di voi ha sicuramente ascoltato almeno una volta nella vita. Come ha raccontato lo stesso Paoli in un’intervista a Fabio Fazio, la stanza dal soffitto viola era una stanza di un bordello che Gino Paoli frequentava da giovane e che era occupata da una giovanissima e bellissima prostituta della quale si era invaghito.

Visto che questo che vi propongo è il secondo articolo che ha come oggetto una canzone che parla di prostitute (il primo era sulla celeberrima canzone di De Andrè “Bocca di rosa”), proporrò al mio direttore di creare una rubrica allo scopo, che vorrei intitolare “Squillo di tromba”, tanto per restare in tema, e che raccoglierà tutte le canzoni scritte per onorare, descrivere e celebrare la vita di una prostituta.

Sarà, ne sono certo, un bellissimo viaggio alla (ri)scoperta di canzoni conosciutissime, che sono state parte integrante della colonna sonora della vita di gran parte di noi. Gli autori, la cui grandezza è pari solo alla loro sensibilità artistica e umana, meritano che vengano ricordate e diffuse le loro splendide creazioni, che hanno contribuito a rendere più vicino e più normale il mondo della prostituzione, dissipando le ombre che per troppo tempo lo hanno oscurato.

La storia del successo de “Il cielo in una stanza”, comincia dalle parole che lo stesso Gino Paoli ha detto durante un’intervista a Fabio Fazio a Che tempo che fa:

“Il famoso Giulio Rapetti detto Mogol era impiegato alle edizioni Ricordi, suo padre Mariano ne era il direttore. Mogol si occupava di far incidere le canzoni che gli autori portavano alla Ricordi e mi ha poi portato in giro per cercare chi volesse lanciarla. I commenti erano brutti, mi dicevano di cambiare mestiere, che quella non era una canzone. Addirittura, Miranda Martino disse che era orribile. Poi arrivò Mina e disse che l’avrebbe cantata lei. A quei tempi tornavo a Genova, sono un casalingo e, a distanza, non riuscivano a comunicarmi puntualmente tutto. Un giorno incontrai Tony De Vita, l’arrangiatore del pezzo, che mi disse che Il cielo in una stanza sarebbe diventata un successo mondiale. Mi disse che Mina dopo averla cantata si era messa a piangere e i musicisti presenti in sala si erano alzati tutti in piedi, commossi, alla fine della registrazione.”

Il grandissimo successo partì proprio da Mina che in seguito ne incise anche varie versioni in più lingue straniere. All’inizio il brano uscì con la firma di Mogol e Toang, pseudonimo del compositore Renato Angiolini, non per colpa di dissidi e litigi ma soltanto perché Gino Paoli non era ancora iscritto alla SIAE. In seguito, recuperò i primi guadagni persi.

IL TESTO E IL SIGNIFICATO

Il cielo in una stanza è un brano molto romantico, sugli archi il testo si appoggia dando vita al sogno di un uomo steso su un letto che guarda un soffitto viola. Quel soffitto era di una stanza di un bordello che si trovava nei vicoli di Genova, frequentato da Paoli, dove lavorava una donna di cui si invaghì.

Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo

Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che vibra per te e per me
Su nell'immensità del cielo

Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che vibra per te e per me
Su nell'immensità del cielo
Per te e per me
Nel cielo

“Avevo trovato la tecnica per parlare dell’atto del fare l’amore che con le parole non si può descrivere, così ci ho girato intorno raccontando di come l’ambiente che mi circondava si trasformava sotto i miei occhi. E poi chi ha detto che non si può amare una puttana? Per me il sesso è qualcosa che ti scaraventa in una dimensione mistica. Se non c’è amore lo chiama, lo fa nascere, magari anche solo per quel momento”

“Sì, ‘Il cielo in una stanza‘ parla di un orgasmo. Era per una puttana della quale mi ero innamorato, perché a quei tempi le ragazze non te la davano, ed è dedicata a un gesto umano ma mistico, che proietta in una dimensione dove sei tutto e niente”. A rivelarlo è Gino Paoli in un’intervista a Libero, nella quale ha ripercorso la sua carriera e il suo percorso musicale, rivelando alcuni retroscena inediti come questo. “Siccome descrivere l’atto è impossibile, ho trovato questa tecnica: ci giro intorno, il non detto arrivo a suggerirlo con l’ambiente”, ha spiegato il cantauto

Come la gatta, è esistita anche la donna alla quale si rivolge nella sua canzone più celebre, Il cielo in una stanza, del 1960. “Ebbi un amoretto con una pu**ana. Non ricordo il suo nome, ma ricordo che era molto carina. Mi piaceva proprio tanto, e lo piacevo a lei. Lei doveva lasciare Genova e mi chiese di seguirla. Ci pensai seriamente, ebbi grossi dubbi. Poi prevalse il senso del dovere: ‘mi dispiace tantissimo, ma debbo dirti di no’. Non l’ho mai rivista”.

Della genesi della canzone, Gino Paoli racconta: «Le parole mi vennero improvvisamente un giorno che mi trovavo in un bordello e sdraiato sul letto ne fissavo il soffitto color viola. Con Il cielo in una stanza, sentivo il bisogno di dire che l'amore può nascere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto, per proiettarsi ovunque superando ogni confine e barriera». La suddetta casa chiusa era il Castagna a Genova, in vico dei Castagna 4. La zona è quella di Porta Soprana, a pochi passi da piazza delle Erbe, proprio lì lavorava la signorina per cui il cantautore perse la testa e a cui dedicò alcune tra le sue parole e note più belle.